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LE DOLOMITI CHE CHIAMO CASA

(IL MIO PRIMO VIAGGIO ESTERIORE MA ANCHE INTERIORE, QUELLO CHE CAMBIO' DRASTICAMENTE LA MIA VITA E CHE MI FECE INNAMORARE DELLA NATURA)

"DAL 2012"


Avevo avuto modo di conoscere le Dolomiti occasionalmente, fino a quando cominciai a realizzare che avrei voluto visitarle sfruttando ogni minuto del mio tempo libero. Così decisi di trasferirmi, inizialmente per brevi periodi.

Durante un'estate mi misi d'impegno e, senza alcuna esitazione, acquistai delle mappe con indicati i vari sentieri da percorrere per arrivare alle mete più ambite del Trentino, nello specifico, quelli che riguardavano Val di Fiemme e Val di Fassa.

Avviai la mia esplorazione, a volte, non accertandomi delle linee guida della cartina o delle segnaletiche lungo il tragitto ma compiendo vie secondarie più impervie, forse spinta dalla volontà di avvicinarmi in luoghi sempre più isolati e inviolati.

Come prima ricerca, mi addentrai in una valle armoniosa, ricca di vita, dove era evidente che componenti come ciottoli, alberi e ruscelli facevano parte di un un ecosistema perfettamente funzionante.

Ero entrata in un vero e proprio giardino dell'eden che, però, mancava di un ultimo elemento rilevante che dava il giusto equilibrio all'ambiente: gli animali che lo popolavano.

L'impresa nel vederne qualcuno non fu semplice poiché dovetti allontanarmi da ogni interferenza umana. A grande sorpresa, mi si presentò una chance: una marmotta coraggiosa uscì dalla sua tana e con il suo fischio inconfondibile fece da sentinella. Dopo aver lanciato il segnale, scappò dentro un'altra tana e il momento svanì rapidamente.

Proseguendo e giungendo ad alta quota, su distese verdi, tutto sembrava molto più tranquillo. Sdraiata sul prato soffice mi misi ad ascoltare il suono dell'erba fresca che si muoveva leggera accarezzandomi le caviglie, mentre i miei occhi erano intenti ad osservare nuvoloni scuri che si divertivano a raffigurare profili bizzarri. Sebbene identificare figure tra le nuvole fosse un piacevole e rilassante passatempo, imparai a comprenderne il loro vero scopo, quello di provocare temporali improvvisi che, per chi si fosse trovato ancora in cresta, potevano diventare pericolosi e creare disagio. Malgrado le brutte circostanze, tutto ciò mi stava eccitando. La minaccia, in realtà, mi stava rendendo più energica. Scendendo di corsa per i pendii erbosi e umidi lasciai alle mie spalle la tempesta di fulmini ormai imminente.

Queste esperienze mi resero più determinata e coraggiosa e, per questo motivo, decisi di intraprendere un'escursione di difficoltà superiore. Da un passo di montagna dovevo raggiungere una forcella. Mi aspettava una lunga salita vertiginosa e insidiosa, disposta su un ripido ghiaione. I primi kilometri non avevano alcuna difficoltà, ma raggiunta la metà del percorso la ghiaia si fece più instabile. Ad ogni passo in avanti scivolavo indietro e tornavo al punto di partenza, così decisi di usare le mani e, con un'andatura scimmiesca, mi accinsi a proseguire lungo il tratto infido. Fu divertente e, allo stesso tempo, mi fece acquistare più consapevolezza e determinazione.

Ormai, capii che le Dolomiti mi avevano colpito profondamente diventando un'attrazione irresistibile, un richiamo che sentivo echeggiare da ogni altura, un posto dove potevo essere costantemente a stretto contatto con la natura.

Decisi quindi di abbracciare anche l'inverno ai piedi dei grandi massicci alpini.

Ripresi le mie camminate quotidiane, questa volta senza l'aiuto di cartine, avendo memorizzato le diverse escursioni precedentemente svolte in estate.

Osservando il paesaggio constatai di quanto potesse cambiare drasticamente con l'arrivo della neve rendendolo monocromatico. Il bianco vestiva elegantemente gli altopiani brulli lasciando a nudo qualche roccia dolomia, mentre più in basso i fitti boschi imbiancati portavano alla luce piccole vicende fiabesche.

Ne accadde una in particolare durante un gelido pomeriggio di febbraio quando qualcosa attirò la mia attenzione. Dei giovani cervi giocavano tra di loro nascondendosi dietro a dei pini che, ricoperti del manto nevoso, avevano assunto sembianze umane che sembravano indossare vestiti di cristallo.

A pochi passi dall'incredibile incontro, vidi un fiumiciattolo che faticava a scorrere tra i robusti lastroni di ghiaccio. Il suono soave dell'acqua mi portò ad avvicinarmi e ad alzare lo sguardo per capire la sua provenienza. C'era un monte che, nonostante la chiara distanza, pareva un gigantesco lingotto d'oro emerso dalla vegetazione ombrata. Questa intensità di colore era dovuta al fenomeno della “Enrosadira”, una nota caratteristica delle Dolomiti, le quali al tramonto si tingono d'oro passando al tono rossastro sino ad assumere delicate sfumature di viola.

Rimasi immobile a guardare la montagna magnetica cambiare aspetto trascurando il fatto che presto sarebbe diventato buio. Era evidente che stavo affondando nel blu glaciale della notte.

Gli alberi innocenti e inoffensivi con l'oscurità apparivano raccapriccianti, mentre il dolce scorrere del fiume sembrava emettere effetti sonori irritanti. Inoltre, alle mie mani e ai miei piedi mancavano delle rilevanti fonti di calore.

Inevitabilmente capii che era arrivato il momento di separarmi dal regno di ghiaccio e, ancor più, compresi di quanto avessi bisogno di un umile pasto caldo.

In un'altra avventura pomeridiana invece, dove il bosco cessava di esistere, ero rimasta ammaliata da un altopiano, il quale in inverno, può divenire interessante solo grazie ad un fattore: il vento.

Avevo sempre considerato il vento come un elemento sgradevole e molesto, tuttavia decisi di apprezzarlo almeno in quella circostanza. Mi accorsi che, grazie alla sua forza, era in grado di scolpire la neve a suo piacimento realizzando dei magnifici capolavori della natura.

Contenta del raro avvenimento, nacque così un'amicizia tra me e il vento, appurata dal semplice fatto che eravamo diventati entrambi degli artisti, lui nel disegnare le linee del paesaggio, io nel rappresentarlo attraverso un'istintiva fotografia.

A quel punto era chiaro che il mio amore verso le Dolomiti si era intensificato.

Pertanto, dopo una breve riflessione sul futuro, la mia decisione fu quella di chiamarle per un tempo indefinito casa e, di trasformarle nel mio unico e intimo rifugio per tutte le stagioni dell'anno.

PUNTI DI INTERESSE DEL RACCONTO:


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